Janurael – Il ritorno

Ogni anno nel mese di aprile comincio ad attendere con trepidazione l’inizio dell’estate e per qualche motivo penso con un misto di gioia e ottimismo alle calde serate d’estate, forse immaginando che questa è l’estate giusta per lavorare con il sole che inonda le stanze, il ventilatore che mi tiene compagnia la notte, i gelati, i bagni al mare e chi più ne ha più ne metta.

In effetti, fino a qualche anno fa quando ero ancora una studentessa universitaria, alla fine degli esami di luglio e fino a ferragosto mi concedevo delle vere vacanze perché sentivo di aver fatto il mio dovere di studentessa in corso e con tutte le amiche che ancora non si erano trasferite in giro per l’Italia passavamo le giornate al mare, in campagna e in giro per lidi e case delle vacanze. Ero sempre piena di energia e stare sotto il sole non era la tortura che è diventata adesso.

In estate ormai divento una sorta di vegetale che si trascina di stanza in stanza in attesa che tramonti il sole per poter alzare le serrande e trascorrere qualche minuto in balcone. Giusto il tempo di stendere i panni.

Sembra uno scenario deprimente, lo so, ma sono stata lieta di scoprire che degli scienziati di una qualche università del Regno Unito confermano che fisiologicamente non siamo in grado di sopportare per troppo tempo temperature superiori ai 35 gradi. A quanto pare ci rende più svogliati, meno concentrati e più aggressivi. Lo confermano gli insulti via clacson che sento sotto casa tutta la mattina.

Fortunatamente però quest’estate ho cambiato casa ed è più nuova, più luminosa e più grande. Un amico ci ha detto che potrebbe farci comodo pure una mappa, tanto è grande.

Il punto è che traslocare a luglio non è particolarmente entusiasmante e benché si creda che il giorno del trasloco sia uno solo, la realtà è che dura settimane. Le prime due servono per memorizzare i punti in cui hai sistemato la roba, per cui ti ritrovi a non sapere dove hai messo il pane, gli asciugamani nuovi che ti hanno regalato per il matrimonio, il caricabatterie del portatile o cose di importanza primaria come i documenti e il cibo del cane. E poi ci si può imbattere in quel tipo di madre (come la mia) che ha un concetto più radicale di ordine rispetto al proprio e che continuerà a dire che sei “un po’ accampata ancora” perché non hai il set di tappeti per la camera da letto (poco importa se le ripeto da cinque anni che detesto i tappeti in camera da letto) o un gancio in cucina in cui appendere le presine nuove.

Comunque attenderò i primi giorni di pioggia per le attività più faticose e pazienza se per quest’anno al mare ci avrò trascorso solo due ore.

Deliri estivi

Per qualche motivo non sono assolutamente in grado di gestire qualunque cosa avvenga in estate.

Per me ci sarebbe una gran differenza tra un figlio dato alla luce a luglio e uno nato a novembre. Quello autunnale lo amerei molto di più, pur dovendo gestire una gravidanza estiva, con il caldo e senza le granite al caffè con panna (ah, le granite… io e la mia metà non ne mangeremo finché non avremo traslocato, mentre l’intera Sicilia trangugia granite da maggio!), senza le birre così fredde che sono talmente ghiacciate da esser sgasate.

La verità è che ho smesso di amare l’estate in seconda media, quando ancora non avevo capito che in spiaggia ti additano se hai dei chili (ritenuti) di troppo e se ti sono sfuggiti dei peli sui polpacci, quando tutti i tuoi amici sono in vacanza al mare (che poi da qui il mare si vede tutto l’anno – TUTTO L’ANNO – a che vi serve la casa al mare) e quando le cose da fare – a parte tradurre libri scritti MALISSIMO – diminuiscono quasi per magia. E a proposito, deve essere colpa di Harry Potter se odio l’estate, lui che aspettava Settembre come non ci fosse un domani.

A momenti cambio casa, trasloco. Io amo i traslochi, perché posso ripetermi la storia che finalmente cambierò vita, che mi sveglierò felice e che preparerò il caffé alle sei del mattino canticchiando come le principesse Disney, col cane che mi scodinzola tra le gambe come piace a me e gli uccellini che mi guardano dal davanzale.
È la prima volta che un trasloco avviene sotto la mia responsabilità, senza che sia la mamma a gestire tutto nemmeno fosse una scena tagliata di “Full Metal Jacket”.

Dovrò essere la Monica Geller della situazione, con la casa asettica, senza un granello di polvere, maniaca dell’ordine, pronta a dare un party per parenti e amici che faranno la scansione 3D-HD della casa alla ricerca del pelo di cane incriminante.
A volte penso che tutto questo sia un po’ troppo per me… Non ho nemmeno trent’anni, come posso gestire l’ingestibile (o meglio, quello che non mi va di gestire)?! D:

E quest’anno si aggiunge anche un addio al nubilato! Come si fa? Io mi sono sposata in piena estate Covid, non ho fatto nulla, ho solo aspettato le nozze bevendo un meraviglioso vino bianco con un’amica e qualche parente stretto. Come si gestisce una marea di persone che non si conosce e che fai volentieri a meno di vedere per undici mesi?!

Ma soprattutto, arriva mai l’età in cui si impara a stare in società?

Immagino che lo scopriremo solo vivendo.

Spero che voi stiate passando una bella estate, con e senza vaccino, molto felici e guardando qualche partita di calcio 😉

La saga de “L’Attraversaspecchi”

Ho scoperto la saga della scrittrice francese Christelle Dabos molto casualmente mesi e mesi fa navigando pigramente su internet. Ignara del fatto che il primo volume fosse già stato tradotto, mi ero ripromessa di leggerlo in francese così ripassare un po’ la lingua e leggere qualcosa di diverso dal solito.
Ovviamente tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare, soprattutto considerando che l’ultima volta che ho letto un libro in francese era il 2014 e ho dovuto farlo per un esame di letteratura. In buona sostanza, nonostante la curiosità, la pigrizia ha avuto la meglio.

Però ho la fortuna di avere un’amica che conosce i miei gusti letterari e che lo scorso giugno per il mio compleanno mi ha regalato il primo libro della saga, Fidanzati dell’inverno.
Chiaramente si potrebbe pensare che mi sia fiondata tra le pagine di questo libro, ma no, non è stato così. Mancava un mese al matrimonio e pensavo a tutto fuorché leggere. Anzi, in realtà avevo deciso di iniziare a leggerlo proprio la sera prima del matrimonio, ma per ovvi motivi mi sono fermata alla seconda pagina del primo capitolo.

L’ho recuperato mesi dopo, in autunno, in un momento in cui facevo fatica ad appassionarmi alle letture che sceglievo e più in particolare al libro che era stato scelto per il video-incontro del gruppo di lettura.

Da lì è stato amore profondo e incondizionato 😀 Ma vediamo di che si tratta.

Trama

Fidanzati dell’inverno si apre facendoci subito conoscere Ofelia. Lei è un’animista con il potere di leggere il passato degli oggetti. Non solo: può anche spostarsi attraverso gli specchi.
Lavora al museo di Anima, e dopo aver rifiutato due volte un matrimonio combinato, stavolta deve accettare di sposare un uomo venuto da lontano, un matrimonio che la porterà a conoscere personaggi bizzarri e visitare luoghi sempre più incredibili.

Non voglio dire molto altro della trama, anche perché giunta ormai all’ultimo libro della saga rischio di anticipare erroneamente informazioni contenute più in là nella storia.

Il mondo in cui vive Ofelia ha davvero elementi Steampunk e Belle Èpoque come affermato in copertina e la trama si snoda con dinamiche che ricordano saghe come Harry Potter , Hunger Games o La Bussola d’Oro. È la prima volta che certi annunci si rivelano veritieri!

Perché leggere questa saga

È vero che la lettura è una questione soggettiva, ma credo che questa saga abbia il potenziale di attrarre un pubblico variegato.

Innanzitutto emerge da subito che Ofelia, la protagonista, è una ragazza comune. È vero, sa attraversare gli specchi ed è una lettrice, ma per il resto è una persona qualsiasi che nasconde un carattere determinato sotto un’esteriorità che lì per lì non definirei carismatica. Non è un antieroe, è solo che non sente mai l’esigenza di dimostrare nulla a nessuno. Spesso subisce l’esuberanza della madre, della sorella e di altri personaggi che si incontrano nel corso della saga, ma non dà mai l’impressione di essere una sconfitta, piuttosto sembra parecchio resiliente.

La scrittura sa essere suggestiva e non imbocca mai il lettore. Si riesce ad avere il quadro completo di questa Terra anomala non più divisa in continenti senza che l’autrice scenda in descrizioni particolareggiate. L’elemento fantastico si combina in modo quasi naturale con il tutto, certo in modo diverso da Harry Potter dove la magia aveva delle strutture estremamente razionali, ma resta delicato e a tratti marginale, cosa che potrebbe rendere questa una lettura idonea anche a chi non va matto per il genere fantastico.

Inoltre – e questa è un’opinione molto personale e soggettiva – ho provato di nuovo il piacere di non potermi staccare dal libro, come quando da ragazzina invece di fare i compiti leggevo i libri di Harry Potter. Non che da allora non abbia più letto niente di eccezionale, oltretutto per me uno dei capolavori insuperabili della letteratura contemporanea è I Pilastri della Terra di Ken Follett, che mi ha dato davvero una dipendenza dalla sua lettura.
È una combinazione tra la nostalgia degli anni di Harry Potter, sicuramente rievocata da tanti elementi che la saga de L’Attraversaspecchi ha in comune con lui, e una storia che è davvero accattivante e originale.

Chi invece temesse di trovarsi di fronte all’ennesimo young adult (genere che comunque ha le sue chicche), facendosi magari ingannare dalle copertine tanto colorate o semplicemente dalla loro collocazione nelle librerie, può star tranquillo. D’altronde la e/o pubblica Elena Ferrante e Eric Emmanuel Schmidt, se ha scelto di portare l’Attraversaspecchi in Italia sarà perché lo ritiene un prodotto valido e in linea con le sue scelte editoriali. Inoltre, Ofelia non è un’adolescente, sarebbe più una millennial. Nei libri sono presenti molti temi considerati più “adulti” e ci sono forti riferimenti alla storia francese, sebbene siano ben celati da queste ambientazioni bizzarre.

Infine, prima di intraprendere questa lettura, un’amica aveva detto che la storia andava peggiorando di libro in libro e ammetto che per un po’ mi sono sentita parecchio influenzata da questo giudizio. Per quanto mi senta di dover concedere che il primo libro resta sicuramente il più bello, credo che sia un giudizio molto soggettivo e non verità assoluta. L’unico vero difetto che ho riscontrato di volta in volta è che ogni libro ha un inizio un po’ lento, ma se gli si dà un po’ di fiducia saprà ritagliarsi uno spazietto nella vostra memoria.

Mi piacerebbe conoscere altri pareri su questa saga, sia da chi l’ha letta che da chi vorrebbe ma non l’ha ancora fatto. Vi è piaciuta? O perché vi incuriosisce? 😉

Come al solito, buona lettura! 😀

Sitcom nostalgiche

Ricordo abbastanza bene il momento esatto in cui ho guardato per la prima volta Will e Grace. Era settembre, ancora non era iniziata la scuola e io guardavo la TV nel soggiorno di casa di mia nonna.
Erano i tempi in cui tutti i ragazzini della mia età conoscevano abbastanza bene il palinsesto di Italia 1 e trasmettevano a ripetizione sitcom come Dharma e Greg o Malcolm in the middle, ovviamente dopo aver finito di trasmettere l’ennesima replica estiva di Paso Adelante.

Will e Grace non ha niente di speciale rispetto a tutte le altre sitcom del periodo, se non forse il fatto di ricordare i pomeriggi da mia nonna a guardarlo e la frustrazione di non poter vedere un terzo, un quarto e un quinto episodio ogni pomeriggio. E quando la scuola si faceva dura e i compiti aumentavano, era più difficile riuscire a guardare ogni episodio di cartoni e serie TV. Per questo non ho mai scoperto cosa succedeva a Will e Grace dopo la prima stagione.

Fatto sta che ho avuto un gran colpo di fortuna qualche mese fa, quando Amazon Prime Video ha deciso di aggiungere al catalogo tutte le otto stagioni della sitcom e ho finalmente potuto vedere ogni singolo episodio, con tanto di binge watching, come avrei voluto fare nel 2002 😀

Il vero effetto nostalgia, ovviamente, lo ha fatto solo la prima stagione, di cui ricordavo sorprendentemente bene tutti gli episodi (compreso il repentino taglio di capelli di Eric McCormack tra il primo e il secondo episodio).

Vederlo con un bel po’ di anni in più sulle spalle, però, mi ha aiutata a valutare la serie forse in maniera più obiettiva. Innanzitutto dal 2002 a oggi per fortuna si è parlato sempre di più di omosessualità in film e serie TV, quindi questo aspetto, che allora mi era parso un po’ bizzarro, adesso è perfettamente nella norma.

Ma la vera rivelazione per me è stata che Will e Grace non sono AFFATTO politically correct. Più si va avanti con le stagioni e più si raccontano bugie, litigano per delle sciocchezze e fanno cose che non mi aspetterei da due che sono amici da così tanti anni.
Per non parlare poi di Jack e Karen che non sono esattamente un modello di adulti virtuosi, con la loro amicizia che più volte sembra sopravvivere per via del patrimonio illimitato di Karen.
Personalmente non mi sono mai sentita infastidita dalla leggerezza che molto spesso caratterizza le affermazioni dei quattro protagonisti della sitcom. Ho capito che gli autori hanno scelto quel tipo di ironia, si sono divertiti con i luoghi comuni su gay, trentenni single e riccone viziate. Anche se conosco un po’ di persone che non potrebbero sopportare i dialoghi provocatori tra Karen e Jack 😉

Purtroppo, però, ho avuto l’impressione che non abbia sostenuto a pieni voti la prova del tempo. Già alla quinta stagione l’ho trovata ripetitiva, prevedibile e a tratti davvero inverosimile, a differenza di sitcom come Friends che considero il caposaldo delle serie TV degli ultimi venti/trent’anni e che è riuscita a rimanere sempre piacevole, interessante e realistica, pur mantenendo la promessa di intrattenere lo spettatore.

È stato bello potermi immergere nuovamente in questa sitcom. Se vent’anni fa mi avessero detto che avrei potuto guardarla senza limiti credo che avrei fatto di tutto per inventare la macchina del tempo (e probabilmente poi me ne sarei tornata indietro in era pre-Covid).
Non ho ancora guardato la serie della reunion perché ho fatto l’errore di leggere degli articoli che dicevano che Debra Messing e Megan Mullally hanno avuto dei grossi problemi sul set ed è sempre deludente scoprire che questa gente non riesce a essere amica anche nella vita reale 😦 Se qualcuno l’ha guardata, vi prego di dirmi se ne vale la pena!

E se invece avete la possibilità di fare questo rewatch, buon salto negli anni 2000! 😀

Scrittori e amanti – Lily King

Nonostante sia passato davvero tanto tempo dall’ultima volta che ho parlato di libri qui, non ho smesso di leggere né di accumulare libri di qualsiasi epoca e formato.

Questo di Lily King l’ho scoperto per caso in una newsletter e la trama mi ha intrigata subito. Mi sono segnata la data di uscita, ovvero lo scorso 22 aprile, e sono andata a comprarlo, senza se e senza ma. Anche il libraio aveva iniziato a leggerlo quel giorno stesso e me lo ha consigliato caldamente, quasi come fosse stato l’evento editoriale dell’anno.

Quindi ecco Scrittori e amanti di Lily King!

Trama

La protagonista del libro si chiama Casey, ha trent’un anni e fa la cameriera nel ristorante del campus di Harvard.
Ma la sua vera vocazione è quella della scrittrice.

La sua vita è stata sconvolta dalla morte della madre, che era il suo unico punto di riferimento affettivo, e il suo rapporto con gli uomini non è molto semplice, specie dopo la conclusione di un rapporto tanto intenso quanto breve.

In tutto questo, vive in affitto in una sorta di capanno degli attrezzi ed è sommersa da migliaia e migliaia di dollari di debiti, tuttavia il suo libro resterà sempre la sua priorità.

Recensione

Non conoscevo Lily King, anche se a quanto pare il suo Euforia è stato un caso letterario. Di Scrittori e amanti mi ha attirata la premessa: l’aspirante scrittrice che nonostante le immense difficoltà insiste col voler pubblicare il suo romanzo, nonostante il lutto, nonostante i debiti, nonostante l’ansia di vivere.

Ci ho messo un po’ per entrare nel libro, non perché non abbia un buon incipit, ma perché all’inizio il dolore per la perdita della madre è così forte che avrei voluto piangere e metterlo da parte.

Invece alla fine sono rimasta indietro con il lavoro per poterlo leggere il più possibile. Una vera droga, uno di quei libri che non capitano sempre, ma che quando succede non te li scordi più.

Casey è davvero un bel personaggio, le sue debolezze sono quelle di molti esseri umani in carne e ossa a trent’anni, cosa che la fa diventare così reale che si ha la sensazione di parlare con un’amica (e fa venire molta voglia di frequentare scrittori, a dire il vero).

Infine, cosa assai importante, il libro alla fine lascia in chi lo legge tanto ottimismo, sensazione che tutt’ora sento dentro di me.

Aria di cambiamenti

Stavolta cambio vita sul serio. Oh.

È da circa tre anni che ripeto “Adesso cambio lavoro” perché non mi sono laureata per dare ripetizioni né tanto meno per essere contattata da madri in crisi agli orari più impensabili.

Quindi finalmente ho deciso di non sentirmi in colpa se da settembre dovranno trovare un’altra balia perché non posso rimandare all’infinito il momento di trovare un lavoro migliore (sì, lo so, è molto difficile senza contare il disagio del Covid, ma si deve pur andare da qualche parte).

Quindi finalmente mi sento libera di pianificare potenzialmente all’infinito, seguire corsi professionali, scrivere libri, decidere se fare o no la traduttrice full time, imparare lo spagnolo con le prossime canzoni di Àlvaro Soler o vendere tutti i miei vestiti su Vinted (per qualche motivo la pubblicità di YouTube è convinta che voglia liberarmi del mio guardaroba).

Perché lo scrivo qui è presto detto: sto prendendo un impegno pubblico. L’ho detto in famiglia, l’ho detto agli amici e ora lo sto dicendo a Internet. Se non rispetterò quest’impegno mi sarò praticamente sputtanata u.u (certo, potrei anche tenerlo nascosto, ma non so dire le bugie)

Sally, invece, cresce sana e bella e spesso la becco a dormire con la linguetta di fuori.

Starà sognando di mangiare l’osso?

And so Sally can wait

Tre settimane fa, dopo quattro giorni di intense discussioni in casa sull’adottare o meno un cane, è arrivata Sally.

Se il titolo del post non fosse sufficientemente chiaro o se non siete grandi fan del Britpop, il nome della bestiolina più bella della casa viene da Don’t Look Back in Anger degli Oasis (i compianti Oasis) e non da Vasco Rossi. (Per la cronaca, non ho nulla contro Vasco Rossi, è solo che in tre settimane me lo hanno chiesto tutti e ci stava tutta questa precisazione.)

In tre settimane ha imparato a dare la zampa, mettersi seduta e fare un’ottima imitazione di un pulcino quando le preparo la pappa. Di solito inizia saltellando tra le mie gambe, finché non si siede spazientita e parte un piopiopiOPIOPIO. È così divertente che è solo per amor della sua fame da lupi che non temporeggio qualche secondo in più.

Mi ha distrutto due ciabatte diverse, quindi adesso ne ho una bianca e bassa e una grigia con un po’ di tacchetto.

Qualche giorno fa l’ho beccata a tirar fuori dalla libreria Papà Goriot di Balzac, ma ci ha ripensato senza il bisogno di rimproverarla. Nemmeno lei è una grande fan, secondo me.

Inoltre, i miei genitori hanno un’adorazione per questa cagnolina, si comportano come nonni pieni di gioia, e tutto questo senza il bisogno di partorire con dolore. 😀

Ultimamente ha sviluppato un profondo interesse per il cibo umano al punto da lanciarsi contro il tavolo durante il pranzo oggi. Non sono mancati i rimproveri, ma è stato assolutamente leggendario.

Sono sicura che ci delizierà con altre epicità nelle prossime settimane 😉

Countdown alle vacanze

Sono sempre stata un po’ incostante. Non sono inaffidabile, preferirei camminare sui carboni ardenti che non rispettare una scadenza o non mantenere una promessa.
Ma scatta qualcosa in me dopo Natale e Capodanno che rende tutto incredibilmente difficile da sopportare. Ovviamente ci sono le eccezioni e sono abbastanza tollerante da avere ancora un lavoro e un po’ di amici, ma nel periodo che va da febbraio ad aprile vorrei solo trasferirmi in un eremo con quattro scatole di libri, un’ampia scorta di birra e formaggio e un computer su cui poter finalmente scrivere una raccolta di racconti o un cavolo di romanzetto senza dover pensare ad altro.

A me non dispiace avere a che fare con gli adolescenti e non mi dispiace insegnare inglese. A me l’inglese piace così tanto che potrei parlare per giorni di inglese antico, inglese moderno, idioms, parole di origine latina e germanica, accenti del nord e del sud e via dicendo, ma la cosa che rende insopportabile questo lavoro è la quasi totale assenza di interesse verso queste informazioni fuori programma.

A settembre i ragazzi sono giù di morale perché è appena finita l’estate, tra ottobre e novembre tollerano male le pressioni dei genitori, a dicembre trepidano in attesa delle vacanze… Insomma, stanno sempre ad aspettare l’arrivo di vacanze e pause didattiche, incuranti del fatto che io o altri colleghi che ci occupiamo di far recuperare le insufficienze del trimestre dobbiamo barcamenarci tra genitori che vogliono insegnarci come fare il nostro lavoro, professori che a volte saltano di pali in frasca, e gli occhi di questi ragazzi che ci fissano vacui, pronti a dimenticare ancora una volta la dannatissima e semplicissima struttura del Present Continuous.

E poi subentrano le altre richieste: “Puoi scrivere una recensione…?” oppure “Puoi fare un progetto di letteratura…?”. A momenti si arriverà a “Puoi andarci tu a scuola a studiare?”.

La maggior parte delle madri, a dire il vero, sono solo incoscienti. Hanno così tanta paura che il figlio o la figlia possano “subire l’onta” di un brutto voto che si dimenticano di responsabilizzarli e insegnar loro che un voto sotto il 7 non è la fine del mondo.
Altre invece sono insopportabili e basta: ti dicono quale deve essere il risultato, come ci devi arrivare e quali strumenti utilizzare, perché loro hanno più soldi di te e possono fare come vogliono.
I loro figli sono i migliori, i più intelligenti, ma vanno seguiti passo passo, perché sono molto stanchi, non sono pigri di pensiero. (Non ricordo una sola volta in cui mia madre abbia detto “Poverina, è stanca, troppi compiti” D:)
Rimproverano i figli perché non leggono nemmeno un libro, ma sono le prime ad abusare di internet invece di leggere. (Non c’è niente di male a non amare la lettura, ma sarebbe meglio essere genitori coerenti, no?)

Ed essere costantemente rintracciabile su WhatsApp rende tutto più snervante e invadente. A volte i primi messaggi arrivano alle 7:30 e gli ultimi alle 22. Ci sono volte in cui ricevo delle chiamate mentre sono seduta a tavola o sto cucinando. Per non parlare della galleria intasata di foto di libri scolastici accompagnate da messaggi come “Mi spiegheresti come si fa?” che il più delle volte sta per “Me lo faresti tu?”.

Quindi alla fine scopro di non essere tanto diversa da questi ragazzini…

Quando arrivano le vacanze?

Il meglio deve ancora venire – Linda Brunetta

Lo scorso agosto io e la mia dolce metà, ancora novellissimi sposi, ci trovavamo in aeroporto, entrambi incredibilmente tristi, io perché sentivo forte la mancanza dei cani lasciati a casa di mia madre, lui perché stava digerendo la consapevolezza che avrebbe rivisto sua madre dopo un anno (scherzo, non siamo così incuranti del dispiacere dell’altro, anche a lui mancavano le cagnoline).
Di solito quando vogliamo tirarci su di morale andiamo in libreria, quindi quando ce ne siamo trovata una davanti non potevamo non entrare. Solo che era una giornata no di fine vacanze post-matrimoniali e non sono riuscita a farmi nessun regalo, nonostante avessi puntato due libri. Il primo era Tutta la verità su Ruth Malone di Emma Flint, il secondo era Il meglio deve ancora venire di Linda Brunetta. Per caso, a distanza di mesi sono riuscita a ritrovare entrambi i libri senza dover percorrere un’ora e mezza di autostrada, ma – ahimé! – sono stati entrambi delle delusioni.

Magari un giorno parlerò di Ruth Malone (che comunque ho sufficientemente apprezzato), per il momento mi soffermerò sulla lettura di Il meglio deve ancora venire.

La premessa era semplice e simpatica. Sofia, la protagonista, riceve una notizia bomba dalla figlia Ginevra, ventiseienne, che presenta il fidanzato Gustavo. Solo che lui sta per compiere settant’anni. A peggiorare la situazione, Sofia si innamora di Gustavo.
Ginevra e Gustavo non hanno tempo da perdere, data l’età dell’uomo, e decidono di sposarsi il prima possibile e cominciano a organizzare il matrimonio. Ma un evento sconvolge i preparativi: la nonna paterna di Ginevra muore improvvisamente e la ragazza deciderà di rifugiarsi in Scozia per riprendersi dallo shock. Con il fotografo delle future nozze.
Sofia e Gustavo li seguiranno fin lassù, ma non potranno fare altro che constatare l’inevitabile fine della relazione tra i due promessi sposi.

Siete riusciti a indovinare come finisce il libro?

Perché il finale è prevedibile sin dal risvolto: Sofia e Gustavo finiranno insieme. Di conseguenza, mi aspettavo di restare sorpresa da qualcos’altro nel corso delle 200 pagine di lettura. E invece no, è solo un approfondimento della trama scritta in copertina.

Sofia è descritta come una specie di Jane Fonda, forse con i capelli rossi (non lo so per certo, sono riuscita a distrarmi più volte a causa del contenuto prevedibile), magra, tonica, una donna a cui i 67 anni fanno un baffo (pff!). Ed è una lagna costante. Si lamenta dell’ex marito, delle amiche così snob da far venire il voltastomaco, delle scelte della figlia (anche se in effetti la differenza di età non è poca, eh) e infarcisce il tutto con osservazioni sui vestiti che calzano ancora bene sul suo corpo tonico, sulla sua attrazione per Gustavo, sporadici aneddoti di sesso con l’ex marito che va e viene come gli pare e piace da casa sua e affermazioni di natura astrologica.

Quindi no, il libro non mi è piaciuto. Probabilmente avrei dovuto dare ascolto a quella parte di me che non me lo aveva fatto comprare ad agosto e avrei risparmiato una decina di euro.

Forse è anche vero che un libro che fa parte di una collana chiamata Terzo Tempo non era nelle mie corde. Potrei doverlo rileggere a 67 anni per poterlo apprezzare meglio… Chi lo sa!

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore – Raymond Carver

Era da un po’ che non aspettavo il weekend con la trepidazione di oggi. Tra una settimana di lavoro più intenso, lo studio che non diventa mai più semplice (maledetto legalese) e i lavori di ristrutturazione in casa nuova che invece di giungere in dirittura di arrivo sembrano protraggono all’inverosimile (la versione frustrante del paradosso di Zenone) sento davvero la necessità di riposare.
Mi piacerebbe poter dedicare i prossimi due giorni esclusivamente alla lettura, ma so già che domani dovrò dedicare del tempo alla pianificazione del lavoro della prossima settimana… È tutto un infinito dovere. In ogni caso spero di riuscire a scoprire se il libro che sto leggendo “esploderà” o resterà arzigogolato e basta. Credo che ne parlerò più in là, a fine lettura.

Tuttavia, questa settimana ho scoperto Raymond Carver, con la sua piccola raccolta di racconti intitolata Di cosa parliamo quando parliamo d’amore.

Innanzitutto, un po’ di dati tecnici. La raccolta è davvero breve, un libriccino di poco più di 130 pagine composto da 17 racconti dal sapore davvero essenziale. Personalmente, ho trovato buona parte dei racconti abbastanza immaginifici, ma ho avuto l’impressione che questa sia una sensazione molto soggettiva.
In effetti la peculiarità di Carver è proprio quella di raccontare l’irraccontabile, ciò che è profondamente quotidiano e che mai verrebbe in mente di trasformare in narrativa.
In parte è stata questa sua peculiarità a farmi comprare questo libro (e per una

volta ho approfittato anche io degli sconti Einaudi), in parte la determinazione di scrivere di Carver che, nonostante una vita fatta di lavoro, finanze infelici e stanze rumorose, ha scritto a tutti i costi, trovando il compromesso ideale nel racconto.

Ho trovato molto bella anche la prefazione di Diego De Silva, che in un certo senso ha scritto un racconto introduttivo in sintonia con il libro, invece del solito perché e come e quando nasce il libro. Per quanto mi riguarda, queste caratteristiche rendono sempre boriose e illeggibili le prefazioni (e a volte arrivano a spoilerare i contenuti dei libri!). Perciò consiglierei vivamente la ristampa del 2020 per chi volesse dare una chance a un autore diverso dal solito.
Inoltre, piccolo inciso: perché non si dia tanto spazio nei programmi scolastici anche a questi autori? È vero che mi sono diplomata da un po’, di conseguenza non sono aggiornatissima sui programmi di antologia degli ultimi anni, ma da quel che ricordo gli insegnanti non osano troppo dopo I Promessi sposi.

Io, comunque, ho apprezzato quasi tutti i racconti. Solo uno non è entrato nelle mie grazie, proprio per niente, il che è normale e non ha pregiudicato il piacere di questo esperimento di lettura.
Ci ho trovato tradimenti, ricordi, tristezza e anche qualche colpo di scena, nonostante il tono essenziale e quotidiano del libro. Ho intenzione di procurarmi, però, la versione originale di questi racconti, Principianti, senza i tagli voluti dall’editor e vedere come e se cambiano di significato.

Si può trovare su Amazon (https://amzn.to/3uCSm2c) a un ottimo prezzo. Spero farà venire anche a voi voglia di scrivere 😉